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Percorso: Home > Articoli per newsletters > Quartiere1 > Cultura > ALLA SCOPERTA DI PALAZZO COCCHI: DALLE ORIGINI SINO ALLA FINE DEL CINQUECENTO
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Un perenne scambio di sguardi è quello tra Palazzo Cocchi e la Basilica di Santa Croce, posti uno di fronte all’altro si guardano, si osservano e si scrutano a vicenda ormai da secoli, separati solo dalla Piazza a cui sembrano fare da custodi. Il Palazzo, la piazza e la Chiesa: la triade perfetta, la base di una città e l’essenza della vita dentro il contesto cittadino. Santa Croce accoglie i fedeli, la piazza i passanti e i turisti e, infine, Palazzo Cocchi che è sede dal 1986  del Consiglio di Quartiere- Centro Storico, primo approdo e punto d’incontro tra amministrati ed amministratori.

La sua storia, come la sua bellezza, ha origini molto antiche. La stessa architettura ci racconta il suo percorso nei secoli: ricostruzioni su antiche fondamenta, diversi progetti e varie opere di restauro hanno lasciato il segno sia all’interno sia all’esterno del Palazzo. Ripercorrere la storia di Palazzo Cocchi significa anche rivisitare quella di Firenze con scorci di vita cittadina che ci fanno apprezzare la sua struttura mercantile e ci aiutano anche a comprendere come erano regolati i rapporti tra privati. In questo mese racconteremo la sua storia dalle origini sino alla fine del Cinuquecento.
Palazzo Cocchi-Serristori è collocato ai margini dell’area dove era edificato l’Anfiteatro romano (poi abbandonato a seguito delle invasioni barbariche). Dal 1286 la famiglia Peruzzi inizia l’acquisizione dell’area e, molto probabilmente, la costruzione di una serie di palazzetti e di un palagetto dove attualmente sorge il nostro palazzo: l'esistenza ancora di uno stemma, sebbene consumato dal tempo, dei Peruzzi ne sarebbe una conferma.
Nel 1463 il Palazzo è venduto ai mercanti di lana Borghino e Francesco Cocchi, grandi sostenitori dalla parte medicea e molto influenti sul territorio fiorentino. Il Capostipite di questa nota famiglia era un certo Riguccio, il cui figlio Niccolò era soprannominato Cocco, nomignolo da cui prende il nome la famiglia. Iscritti all’Arte della Lana, i due fratelli iniziano a commerciare il prodotto grezzo e semilavorato, per poi proseguire con l’ attività di banchieri fino a gestire un’ importante società con la famiglia dei Pilastri. Il crescente prestigio e la notevole influenza di questa famiglia rappresentano il biglietto da visita che le permette l’ingresso alla vita politica della città: i suoi componenti sono, infatti, abilitati ai pubblici uffici, con un coinvolgimento sempre più penetrante e un'amicizia sempre più stretta e solida con la famiglia dei Medici; negli anni riescono anche ad ottenere per ben sei volte il gonfalonierato e per due volte il priorato.

Nel 1376, infatti, Cocco di Donato, fratello di Francesco e Borghino, è eletto priore.
Proprio l'influenza e l’importanza di questa famiglia stanno alla base dell’intenzione di acquistare il palazzo, con “mire espansionistiche” verso Piazza Santa Croce. L’acquisto vede come procuratori dei due fratelli Cocchi i Canonici Regolari di Sant’Agostino, detti Roccettini, i quali hanno un legame molto forte con la famiglia dei Medici. Nell’atto di compravendita sono coinvolti i frati della Badia a cui i fratelli Cocchi versano 59 fiorini, una bella cifra ma probabilmente un espediente per non essere gravati dalle tasse e, comunque, non molto alta rispetto ai “prezzi” dell’epoca. Donato muore, però, nove mesi dopo l’acquisto del Palazzo e subito dopo anche Borghino. Nel 1469 Antonio, Giovanni e Zanobi Cocchi Donati (figli di Donato) dividono l’eredità paterna con il fratellastro Niccolò, mentre nel 1474 con lo zio Francesco, quando i beni del contado di Borghino sono attribuiti a quest'ultimo e ai tre fretelli il Palazzo, dopo aver versato allo zio 550 fiorini.

Nel 1469, Francesco accede alla carica di  gonfaloniere di Giustizia e il prestigio della famigliacontinua ad aumentare. Nello stesso anno Lorenzo il Magnifico disputa la sua famosa giostra in Santa Croce, durante la quale la piazza si trasforma in un teatro a cielo aperto per sacre rappresentazioni e per giostre cavalleresche. In concomitanza con l'organizzazione della giostra, si pensa che proprio lo stesso Lorenzo solleciti (indirettamente) Francesco Cocchi al restauro e all’abbellimento del palazzo. Sono quindi effettuati dei lavori che riguardano le risistemazioni interne, le manutenzioni straordinarie delle strutture e una sopraelevazione in vista del futuro progetto.

Nel 1473 il figlio di Donato, Antonio Cocchi, si laurea a Pisa in iure civile, diventando noto giureconsulto del tempo e molto vicino a Lorenzo dei Medici. Rientrando in pieno possesso del palazzo e disponendo di una considerevole somma di denaro,  affida assieme a suo fratello Giovanni, a Giuliano da Sangallo l’incarico di realizzare la facciata del Palazzo. Quest’ultima è rifatta su una base risalente all’epoca medievale, ma  apportando modifiche sostanziali: si tratta di un progetto innovativo che, però, prende ispirazione dagli anfiteatri e dagli edifici pubblici dell’antica Roma con una serie di archi, trabeazioni e lesene. La Roma alla quale si ispira il Sangallo non è quella repubblicana, ma quella imponente, sfarzosa della Roma imperiale: un’immagine più consona al mondo curiale laurenziano e alla sensibilità di Lorenzo dei Medici, l’Augusto della Firenze dell’epoca. Ma l’architettura del Sangallo sconfina anche verso la filosofia, avvicinandosi alla sensibilità degli umanisti del tempo: la tradizione cui s’ispira è quella neoplatonica, come mostrano i soli scolpiti nel primo ordine delle lesene. I soli, raffigurati come volti giovanili circondati da raggi a forma di foglie, simboleggiano la rinascita, la natura e l’energia che irradia tutto il mondo vivente. Le stesse foglie non sono scelte a caso, trattandosi di foglie d’alloro, albero sacro al dio Sole, Apollo. I soli hanno, quindi, un significato più profondo poiché  rappresentano l’incontro tra il mondo terreno e quello divino. La collocazione in alto (in corrispondenza del piano nobile della famiglia) vuole significare proprio questo: i soli sono in grado di volgere lo sguardo verso il basso, verso l’umanità, ma al tempo stesso possono rivolgersi verso l’alto e l'illuminazione divina.
Alla morte di Antonio Cocchi la moglie, Filippa Rucellai, nomina Donato di Francesco Capponi come procuratore preposto a occuparsi dell’eredità.
Tuttavia, la situazione politica precipita e il lavoro di restauro di Palazzo Cocchi si interrompe. Alla morte di Lorenzo il Magnifico e alla cacciata del figlio Piero, Savonarola dà vita alla Repubblica Fiorentina. Per i sostenitori della famiglia dei Medici non si tratta di un bel periodo e la stessa Filippa è costretta ad abbandonare il palazzo e ad andare ad abitare presso la casa del padre, insieme ai figli Donato, Piero, Carlo, Federico, Jacopo e Guglielmo. Il Palazzo è affittato all’aretino Michele di Benedetto. Con il ritorno dei Medici a Firenze nel 1512 e con l’elezione al soglio pontificio di Leone X, la famiglia Cocchi riacquista il prestigio di una volta e i figli di Antonio Cocchi sono eletti, in momenti diversi, priori. Tra loro Donato Cocchi torna ad abitare il Palazzo, con sua moglie Camilla di Giovanni di Machiavelli e suoi figli Antonio e Guglielmo. Piero, figlio di Guglielmo Cocchi, nel 1612, aggiunse al suo cognome quello di Donati e nel 1634 affitta il palazzo a Bartolomeo Ronconi.

Nei prossimi numeri potrete continuare insieme a noi il viaggio nel tempo attraverso le vicende di Palazzo Cocchi.