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Percorso: Home > Articoli per newsletters > Quartiere 5 > SPORT > MARIO MATTIOLI, UN ARTISTA DEL VOLLEY
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E’ difficile far credere a chi allora non c’era che negli anni ‘60-‘70 ci si giocava lo scudetto in quel palazzetto di via Benedetto Dei,  incuneato fra le case popolari del Ponte di Mezzo e il torrente Terzolle. Facciamo subito una premessa: era un'altra pallavolo. Non ossessivamente professionistica, senza sponsor miliardari, senza idolatrie, più casereccia, meno fisica, meno superatletica.  Figuratevi che quando a Firenze venne a giocare la squadra ungherese della Honved, che vantava nelle sue fila uno schiacciatore, Buzek, alto quasi due metri, accorremmo in tanti a vederla come se si trattasse di un fenomeno da baraccone. Oggi Buzek passerebbe inosservato in qualsiasi sestetto. E che dire del tedesco-orientale Webner, alto 1,75, che passava regolarmente sopra i muri avversari? Ora non lo schiererebbero neanche in un torneo amatoriale… In quella pallavolo, ancora così impregnata di spirito pionieristico, c’era ancora spazio per studiare, magari per diventare luminari della medicina come successe a grandi giocatori quali Montorsi e Roncoroni.
Lo scudetto, si diceva. Ricordo ancora l’ultima volta che arrivò. Era la primavera del 1973 e il palazzetto straboccava di gente; quelli che non erano riusciti ad entrare stavano appesi alle scale di servizio esterne per sbirciare l’andamento della partita dai finestroni. In campo c’era la capolista, la Lubiam di Bologna, capitanata da Giorgione Barbieri, un pennellone che quando schiacciava ‘faceva i buchi per terra’, come ci piaceva dire allora. Dall’altra parte della rete, la Ruini, la nostra squadra, quella dei Vigili del Fuoco di Firenze. Sì, perché allora era ancora possibile vincere un campionato con una squadra di pompieri. Ebbene, quel giorno Giorgione non ne beccò uno, venne murato almeno 10 volte e la Ruini travolse gli avversari in poco più di un’ora con un gioco ubriacante. Punteggio finale 3-0; non vorrei sbagliare ma i parziali furono 15-5, 15-8, 15-4.
Che squadra, quella Ruini…indimenticabile. Lo schiacciatore principe era Andrea Nencini, ingegnere sestese, una forza della natura. Padrone delle giocate ‘in primo tempo’ e delle strategie del muro il romano Erasmo Salemme, qualcosa a metà fra un monaco orientale e un bullo di periferia. Serafico e cattivo, insomma. C’erano poi Piero Vannucci, un giovanissimo studente dell’ITI, Bondi, un valente ‘martello’ marchigiano, e Fegino, un ‘centrale’ genovese dall’aria picaresca. In panchina un grande degli anni ’50, Aldo Bellagambi, che era stato una delle colonne, con Zipoli e Scarlini, della Sestese protagonista del volley italiano del primo dopoguerra. Ma, senza togliere nulla ai meriti di Bellagambi, va detto che il vero direttore d’orchestra stava in campo. Era romagnolo, di Ravenna,  e si chiamava Mario Mattioli. Era lui a far girare la squadra, con la sua lucida visione di gioco, l’intelligenza tattica, la straordinaria abilità di palleggio.
Stiamo parlando del primo, grande esempio di palleggiatore moderno nella storia del volley italiano, e non solo. Mario aveva mani lunghe e affusolate, quasi da pianista, e la sua manualità, il controllo del suo palleggio facevano veramente pensare ad un canone estetico, a un’arte. Gli ho visto fare delle cose che sarebbero diventate solo molto più tardi patrimonio dei playmaker: il tocco di ‘seconda’, spinto a sorpresa a cavallo fra la zona 2 e la 5, dopo aver fintato l’alzata fino all’ultimo istante (come fa oggi magistralmente Simone Giannelli); l’attacco in ‘primo tempo’ (la cosiddetta ‘veloce’) lanciato anche su ricezioni molto difettose; l’alzata in ‘rullata’, eseguita inarcandosi all’indietro fino a cadere per terra, riuscendo comunque a non perdere la precisione e l’imprevedibilità; il ‘terzo tempo’ (o ‘pipe’, come si chiama oggi), che consentiva di schiacciare dalla seconda linea senza muro dopo aver fintato, in una frazione di secondo, prima l’attacco al centro e poi il servizio allo schiacciatore di ‘banda’.   
Per ben tre volte, fra il 1968 e il 1973, il trio Mattioli-Nencini-Salemme portò lo scudetto a Firenze ma l’avvento degli sponsor e i costi sempre più onerosi costrinsero i vigili del fuoco a chiudere con la pallavolo di vertice. Il ‘trio delle meraviglie’ fece le valige e sbarcò ad Ariccia, il paese del Lazio noto fino a lì solo per un festival di giovani promesse diretto da Teddy Reno. E furono altri due scudetti, avete capito bene…Con l’aggiunta di un dramma incancellabile: il loro compagno di squadra, l’americano Kilgour, rimasto paralizzato in seguito ad una banale caduta su un materassino durante un allenamento in palestra. Un episodio che segnò profondamente la loro vita umana e sportiva.
Per raccontare adeguatamente il curriculum di Mattioli ci vorrebbe un libro (e spero proprio che qualcuno lo scriva). Resterebbe da dire della nazionale perché fu sotto la sua regia che l’Italia conquistò i primi riconoscimenti: la storica vittoria alle Universiadi del ’70, la qualificazione olimpica per Montreal ’76. Purtroppo gli venne beffardamente negata la gioia più grande perché restò escluso proprio alla vigilia dei mondiali di Roma del ’78, che consacrarono la definitiva dimensione internazionale del volley italiano. Arrivammo secondi, sconfitti in finale dall’Urss ma dopo una splendida vittoria in semifinale contro Cuba. Mario rimase fuori squadra e non ci rientrò più perché ormai incalzavano alle spalle i giovani leoni che avrebbero raccolto il suo testimone e lanciato la nostra pallavolo verso l’attuale leadership. Parlo di Pupo Dall’Olio, di Fabio Vullo, di Paolo Tofoli. Ma Mattioli amava troppo la pallavolo per smettere e continuò a giocare fino alla fine degli anni ’80; a 45 anni calcava ancora i parquet della serie A2 !!
Quando finalmente appese le scarpette al chiodo indossò subito e disinvoltamente la divisa del ‘mister’ e fu ancora lui a guidare, questa volta dalla panchina, l’ultima avventura di Firenze in serie A1. Furono gli anni della Centromatic, che si esibiva già nel nuovo palazzetto del Campo di Marte. In campo c’erano i veterani Dametto, Milocco e Pierpaolo Lucchetta e come ‘opposto’ si faceva notare un ragazzone argentino dalla spalle un po’ ricurve, un certo Juan Carlos Cuminetti…
Sone le ultime immagini che ho di Mario Mattioli: lui, elegantissimo e impeccabile, che dà disposizioni ai suoi ragazzi, con quell’aria sorniona e arguta, un mezzo sorriso increspato che mi è capitato sovente di notare sul volto della gente romagnola. Gente che fa il suo mestiere molto sul serio ma sempre con la consapevolezza che “la vita è un’altra cosa”.
Il 30 maggio del 2003 Mario è morto e, appena l’ho saputo, la memoria, senza aver ricevuto nessun comando, è subito corsa a quei ‘momenti di gloria’, irripetibili come la nostra giovinezza.  Non si è parlato abbastanza di lui ed è un bene che gli sia stato intitolato proprio quel palazzetto di via Benedetto Dei che fu teatro delle gesta del ‘trio delle meraviglie’.

Gabriele Vannini