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Percorso: Home > Articoli per newsletters > Quartiere1 > Cultura > RESTAURATA LA COLONNA DELLA GIUSTIZIA IN PIAZZA SANTA TRINITA
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Le origini storiche della struttura

La colonna della Giustizia, insieme alla colonna della Pace in piazza San Felice e a quella della Religione in piazza San Marco, fa parte del grandioso processo celebrativo avviato da Cosimo I de' Medici per il ricevuto riconoscimento di Granduca avvenuto nel 1570.
Delle tre andrà a buon fine solo la Giustizia  visto che quella della Pace rimarrà sempre in uno stato di incompletezza perché priva di un basamento monumentale, del capitello e della statua sommitale mentre quella della Religione si fratturerà irreparabilmente al momento dell’innalzamento.
La colonna in granito appena restaurata,  proveniente dallo spoglio delle Terme di Caracalla, rappresentava un dono fatto da Papa Pio IV alla casata medicea nel 1560. Il colossale fusto, dopo essere stato debitamente imbragato, arrivò a destinazione attraverso mille peripezie, per via d’acqua, sino a Ponte a Signa e poi, via terra, sino a Firenze, trainato per mezzo di argani piantati nel terreno e azionati da uomini e cavalli che lo facevano avanzare su rulli lignei a loro volta posizionati su travi. A sovrintendere alle operazioni furono Giorgio Vasari e, in particolare, Bartolomeo Ammannati che curò direttamente il trasporto finale da Ponte a Signa sino alla destinazione finale dove la colonna arrivò il 27 settembre 1563.
La sistemazione della colonna in piazza Santa Trinita, inizialmente, voleva celebrare la battaglia di Montemurlo del 1537 in cui erano stati sconfitti i fuorusciti guidati da Filippo Strozzi. Si sarebbe così esaltata l’eliminazione definitiva del pericolo di una restaurazione repubblicana ma, alla fine, in un momento storico di ormai consolidato potere, si optò per la collocazione di una statua raffigurante la Giustizia. Gli intenti celebrativi emergono anche dalla scelta del momento storico in cui la colonna venne innalzata, ovvero pochi mesi prima delle nozze di Francesco I e Giovanna d’Austria
(18 dicembre 1565). Il monumento viene completato nel maggio del 1581, alcuni anni dopo la morte di Cosimo (1574).

Descrizione dell’opera

La realizzazione della statua, che con la mano destra brandisce una spada sguainata mentre con quella sinistra solleva una bilancia, fu affidata a Francesco del Tadda e a suo figlio Romolo, specialisti nella lavorazione del porfido, che eseguirono il modello preparato da Ammannati. Per il compimento della scultura, costituita da sei pezzi di porfido abilmente assemblati con perni e fasce in rame, occorsero circa undici anni di
lavoro e, solo dopo la sua collocazione si provvide a dotarla di un mantello in lega di rame.

Degrado, monitoraggio e intervento di restauro

Già prima del completamento del progetto di restauro la Direzione Servizi Tecnici aveva provveduto ad applicare uno speciale sensore per monitorare gli spostamenti della sommità della colonna. Oltre a tale presidio nel 2015 si era proceduto ad una verifica strumentale della verticalità del fusto. A conclusione dell’impianto del cantiere sono state eseguite indagini petrografiche, mineralogiche, chimiche, fisiche e biologiche al fine di
approfondire lo stato di conservazione del monumento e affinare le metodologie di intervento previste dal progetto. Queste indagini hanno evidenziato la presenza di resine sintetiche alchidiche e viniliche probabilmente provenienti da restauri del passato. Nel braccio sinistro della statua, all’altezza del pernio d’innesto della mano, sono state riscontrate microlesioni che sono state sigillate con una resina molto fluida; nel contempo è stato realizzato un tutore in bronzo marino che arriva al polso sinistro della statua e funge da presidio della mano che sorregge la bilancia.
Lo stato di forte degrado del mantello ha condotto alla decisione di rimuoverlo dalla sede e affidarlo al laboratorio del restauratore ove è stato possibile appurare che si tratta di una lega inusuale per la bronzistica rinascimentale ( rame circa 80%; stagno 17% e piombo 3%) e dove sono state evidenziate ben sette diverse riparazioni eseguite nel corso del tempo. Il mantello presenta inoltre tracce di altri metalli estranei alla fusione (alluminio, titanio, piombo) che fanno ipotizzare l’applicazione di una scialbatura di colore bianco, con funzione protettiva. Dopo aver proceduto al lavaggio del mantello si è eseguita una pulitura meccanica. Ha completato l’operazione la chiusura delle lacune con resina pigmentata (al fine di escludere l’infiltrazione delle acque meteoriche)  e con l’applicazione di uno stato protettivo.