Ufficio stampa - Palazzo Vecchio - P.za Signoria, 1 - 50122 Firenze - Tel. 055 27681 - Fax 055 276 8282 - Email: ufficiostampa@comune.fi.it

Scorciatoie - Navigazione del Documento

Scorciatoie - Funzionalità

Percorso: Home > Articoli per newsletters > Quartiere1 > Cultura > Palazzo Cocchi- Donati: dal Seicento fino ai giorni nostri
testo piccolotesto mediotesto grandeStampa la pagina RSS Twitter Facebook

 

Il mese scorso avevamo lasciato il nostro palazzo e la famiglia Cocchi alla soglia del diciassettesimo secolo, quando nel 1612 Piero Cocchi aggiunge al cognome quello di “Donati”. In questo mese ripercorreremo le sue vicende partendo da qui sino ai giorni nostri. 

Dalla fine del Seicento i Cocchi Donati ampliano il Palazzo, annettendo la casa tra via dell’ Anguillara e via Torta, appartenente anticamente all’ Arte dei Mercatanti, per trasformarla in una scuderia e in una stalla. Sono effettuati alcuni lavori: al pian terreno dove viene costruita una cappella dedicata alla Vergine e a San Pio, con un affresco di Dionisio Prandellini rappresentante appunto la Madonna con il bambino adorata San Pio V; sono dipinti, inoltre, altri due soffitti dove in uno è raffigurata la regina dei mari, Anfitrite, accompagnata da Poseidone e due delfini e circondata da due Tritoni, due Neridi e quattro putti, mentre nel secondo affresco  è, invece, rappresentato l' Omaggio alla Vita Coniugale con Venere che porge a Giunone la statua e lo scettro, ponendo ai suoi piedi la Vanità, l’Eros incatenato, la guerra e il dominio, tutto sotto lo sguardo di Giove.
Ritornando alle vicende della famiglia, negli anni Cinquanta si sposano i figli di Piero, Cosimo e Donato. Ma la famiglia è destinata a estinguersi perché non c’è nessun erede maschio a portarne avanti il cognome. Nel 1769 Maddalena, figlia di Donato, va in sposa a Ottavio Orazio Pucci, da cui nascono Lucrezia, Teresa e Ruberto. Quest’ultimo muore all’età di un anno e anche la famiglia Pucci non ha nessuna discendenza. Lucrezia sposa, invece, Averardo di Anton Maria Serristori. Maddalena dà il via a un restauro complessivo del Palazzo, affidando l’incarico a un noto ingegnere dell’epoca, Gaetano Bercigli. L'ingegnere predispone un progetto che prevede dei lavori divisi in comparti. La prima opera a essere realizzata fu lo scalone, alla stregua di un tipico “modello” in voga in quegli anni. Lo scalone richiama, infatti, quello  del Palazzo Barberini a Roma  o quello del Palazzo Franceschi in via Guicciardini e, infine, quello del Conservatorio di San Niccolò a Prato (è quello che rimane più simile al progetto del Bercigli).

Nel 1794 inizia una notevole opera di affrescatura. Nel soffitto del pian terreno sono, infatti, rappresentati dei putti che hanno con sé delle ciliege, dei tralci di fiori e dei panneggi svolazzanti; al primo piano sono, invece, Eros, seguita da Selene e, più in basso, Endimione addormentato sopra le nubi con due puttini. Nella parete, invece, è dipinta una statua della divinità femminile con alcuni fiori nella mano destra. In basso è posta una statua dall’aspetto triste con in mano un fiore. Sulla volta, in corrispondenza dell’ultimo piano, sono stati dipiniti gruppi di figure: uno rappresenta l’Inverno nella figura di Arno con un orcio da cui fuoriesce l’acqua, un altro la Primavera raffigurata come una bella donna con una cornucopia da cui escono dei fiori, affiancata da un puttino e da due zeffiri con ali di farfalla.  Sul lato settentrionale sono raffigurate le Muse con Apollo. Se da una parte l’autore di questi meravigliosi affreschi rimane sconosciuto, dall’altra è certo che tutto il ciclo pittorico ha un velato messaggio massonico, un’ allegoria simboleggiante il percorso di rinascita dall’oscurità alla Luce, partendo dal mito notturno di Selene ed Endimione e di Persefone/Proserpina per giungere, attraverso le fiaccole di Eros che illuminano la Notte dell’Ignoranza e dell’Errore, alla solarità di Apollo con le Muse, simboli della  conoscenza e della sapienza.


Dopo la morte di Ottavio Pucci, a sessantasette anni nel 1801, la figlia Teresa sposa Giovanni Andrea di Giulio Stefano Baciocchi, di una famiglia di Ajaccio apparentata con Napoleone Buonaparte. Si pensa che l'impronta massonica del palazzo sia da attribuirsi a lui per la sua vicinanza alla Massoneria dell’epoca. Mentre l’altra figlia Lucrezia si separa dal marito Averardo Serristori venendo ad abitare nel palazzo a partire dal 1815 pagando alla madre un regolare affitto. Quest’ultima, però, dispose che il palazzo fosse ereditato da Roberto Orazio Stendardi, marito della sorella del defunto Ottavio Pucci, Teresa. Quando Maddalena muore le due figlie impugnano il testamento e riescono ad avere indietro il palazzo. Il palazzo va a Lucrezia che alla sua morte lo lascia alle nipoti, figlie di Luigi Serristori, Maddalena e Paolina. Quest’ultima va in sposa a un membro della famiglia Guicciardini, mentre Maddalena il 1° novembre 1846 sposa il nobile pisano Andrea Giuseppe di Alemanno Agostino Fantini Veronesi della Seta Gaetano Bocca, diventando assoluta proprietaria dell’edificio. Nel 1853, essendosi trasferita a Pisa col marito, affitta il palazzo alla Comunità di Firenze per destinarlo a sede del nuovo Liceo e Ginnasio fiorentino, fondato proprio in quell’anno per volere del Granduca Leopoldo II. L’ istituto vi rimane fino al 1859 quando è trasferito a Palazzo Borghese. Con l’avvento di Firenze Capitale il palazzo diviene sede dell’Esposizione italiana Permanente fino al 1893, quando il Comune decide di prendere in affitto il primo piano del Palazzo per la scuola elementare femminile “Niccolò Tommaseo”, allargandosi successivamente al pianterreno e al secondo piano. Dopo la morte del conte Alfredo diventa proprietario il figlio Alessandro che chiede un’elevazione del canone di locazione, ma il Comune decide di acquistarlo pagando una cifra di 105. 000. La scuola vi rimane fino al 1986, quando il palazzo è scelto come sede del Consiglio di Quartiere 1.
Termina così la storia del palazzo, che s’accresce giorno per giorno grazie all’attività politica ed amministrativa tra la magnifiche mura di questo palazzo. Sperando di aver suscitato la curiosità dei nostri lettori, ci auguriamo che, tra un certificato anagrafico e l’altro, questi possano trovare qualche minuto per ammirare gli stupendi affreschi, l’imponente scalone e i dettagli della facciata del Palazzo.

Per la ricostruzione della storia di Palazzo Cocchi fondamentale è stato il contribuito della  pubblicazione di Giampaolo Trotta “Palazzo Cocchi Serristori”.