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Percorso: Home > Articoli per newsletters > Quartiere4 > Memoria e Identita' > GIGI ONTANETTI, LA NONVIOLENZA COME PRATICA DI VITA
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In ricordo di Gigi pubblichiamo questo suo ritratto tracciato alcuni anni fa da Franco Quercioli nelle pagine di ‘In-Forma Quartiere 4’.

Aveva quattro anni quando Gigi sentì per la prima volta la sua vocina di dentro che gli diceva “Forza Gigi, riposa ma non dormire, resisti”. Stava a letto, malato grave e c’era pericolo. Enzo parlava con il dottore con voce diversa dal solito, anche Emma sembrava strana. C’era  qualcosa che lo trasportava lontano, molto lontano, ma la vocina  lo tratteneva. E’ quella che Gigi chiama il secondo cuore, che parla solo nel silenzio e ti dice cosa devi fare. E’ quella stessa che lui ascoltò la mattina del tre ottobre del millenovecentonovantatre prima di avviarsi sul ponte Vrbanja e che gli disse di sì. Il suo corpo era d’accordo e poteva giocarsi il suo vestito più bello: la pelle. Su quel ponte che univa le due Serajevo divise Gigi si incamminò verso la parte serba insieme ai suoi quattro compagni. Portavano fiori e messaggi di pace. Una mitragliata  davanti ai piedi, gli fece posare i loro doni per terra e li costrinse a tornare sulla sponda bosniaca. Da lì partirono i due colpi che uccisero Gabriele Moreno Locatelli.
La giacca rossa e blu di Moreno è rimasta a Gigi insieme alle sue scarpe e al suo zaino. Sui fori delle pallottole  ci ha fatto ricamare due fiori.
In quei giorni Gigi aveva trentasette anni, era già un uomo fatto, un piccolo uomo, come a lui piace definirsi. E’ rimasto sempre così: “un biondino secco come un grillo dalla grande bocca sempre sorridente e dalla naturale continua vivacità”, come lo descrive la sua insegnante della scuola media Ninetta Greco Schiavoncini. Fu uno di quei ragazzi che nel sessantanove promosse il primo sciopero degli studenti della scuola media inferiore, e fu proprio alla Barsanti, nel cuore dell’Isolotto, il quartiere dove Gigi arrivò insieme ai suoi fratelli Giorgio ed Elisabetta nei primi anni sessanta, dove Emma Ontanetti diventò la loro mamma, e la comunità animata da Enzo e Sergio fu la loro grande famiglia. Gli scout dell’Isolotto e poi il movimento scout più vasto, dove in seguito assunse anche responsabilità di guida, furono la sua scuola di vita, l’esperienza dove acquisì il metodo “del servizio” per cui la responsabilità verso gli altri si esercita mettendo le proprie qualità a servizio della loro crescita, e i propri difetti al vaglio della loro critica. Di qui nasce la vocazione autenticamente democratica di Gigi che lo fece essere fin dagli anni settanta un comunista atipico, per cui la lotta di classe si coniugava con la nonviolenza, un comunismo libertario allora difficilmente comprensibile anche dai suoi compagni più estremi. Il percorso che lo porterà ad aderire ai “Beati i costruttori di pace” e che insieme a loro lo porterà fino a Serajevo, a praticare la strada delle “Forze di Interposizione di Pace” inizia proprio negli anni settanta nel cuore delle manifestazioni di piazza, dove lo scontro con la polizia era duro e a volte fine a se stesso. Quella volta che si trovò faccia a faccia con un poliziotto che riconobbe essere il babbo di un suo amico e che lui sapeva votava comunista, capì la tragedia della guerra tra poveri, la necessità di vincere la paura propria insieme a quella degli avversari, la differenza tra persona e ruolo, la debolezza dello scontro per lo scontro, l’esigenza di superare il concetto di nemico. Capì che la nonviolenza rendeva più forte la scelta anticapitalista. La radice evangelica della sua formazione l’avrebbe portato verso esperienze considerate “al limite” anche all’interno del movimento pacifista, proprio quando la vicenda jugoslava precipitò e la sinistra europea si trovò tragicamente schiacciata sulla guerra “umanitaria”, incapace di intervenire preventivamente, sprovvista di strategie e metodologie efficaci che hanno bisogno di un retroterra culturale che la sinistra non aveva e purtroppo non ha.
Nel dicembre del 1992 una fila di dieci pulman, ignorando le intimazioni dei militari, riesce a raggiungere Serajevo. In uno di questi pulman, giù piegato tra i sedili, unito al silenzio dei compagni, in attesa di uno schianto che li faccia saltare, si trova Gigi. Sono in cinquecento e ce la fanno. Hanno paura di non tornare più a casa, ma è da questa paura che nasce una speranza, hanno rischiato la vita, hanno messo nel mezzo i loro corpi, l’unico potere di cui disponevano e hanno riaperto il gioco, quando sembrava chiuso. L’anno dopo il 22 agosto ci provano in 2300 ma prima di Serajevo vengono fermati. Il 3 ottobre ci riprovano in  cinque a passare il ponte di Vrbanja, ma tornano indietro in quattro, Moreno Locatelli ci resta. Il suo nome è ora sulla targa che denomina la strada lungo quella  sponda che allora non riuscirono a raggiungere. I cittadini di Serajevo non lo hanno dimenticato Fu anche in sua memoria che nel ’98 Gigi andò in Kossovo. Mania di protagonismo disse qualcuno.

Dieci anni dopo, nel giugno del 2003, Gigi affronta il signor “non Hodgkin III”, il cancro al sistema linfatico, e decide di trattarlo non come un nemico da abbattere ma come un avversario da costringere alla resa. Il metodo non violento applicato alla gestione del suo corpo, utilizzato per governare  quella che lui chiama la TRIADE, formata dal cancro, dalla chemio e da lui medesimo. Un modo per non farsi distruggere dalla cura, insieme alla malattia, un modo per conservare la sua identità, di essere vivo fino a quando il destino deciderà di farlo stare al mondo. Anche in questo caso la vocina che Gigi sentì a quattro anni quando era malato, quello che lui chiama il suo secondo cuore gli ha detto cosa deve fare. Il silenzio che ha fatto dentro di sé in trent’anni gli ha fatto sentire questa voce ancora una volta. Il cancro che colpisce l’individuo è il segnale di un equilibrio che si rompe, è il male che entra nella vita e fa parte di essa, è il limite entro il quale l’uomo deve accettare di vivere per continuare ad esercitare il suo potere creativo. Imparare dal dolore e sviluppare da esso energia, significa non diventare schiavo del “mostro”, perché la mente può insegnare al corpo che il mostro non c’è. C’è un  solo un avversario che non conosci, e che opera perché tu non riesca a conoscerti.
La strategia che Gigi seguì dieci anni prima per affrontare il cancro della guerra e lo condusse sul ponte di Vrbanja è la stessa che lo ha guidato nella sua lotta nonviolenta contro la malattia. Era sempre il suo corpo che lui doveva interpretare e seguire perché la pietra posata su quel sepolcro venga sempre sollevata dalla forza dell’amore. Una laica scelta di un uomo religioso. Un modo di fare politica facendo parte gli altri delle sue riflessioni sulle proprie esperienze. Uscirne tutti insieme è politica dicevano quelli di Barbiana. E lui questo ha messo in pratica.
L’ho incontrato a settembre alla festa dell’Unità alla Casa del Popolo dell’Isolotto, stava bene; praticamente guarito, mi disse, solo qualche problema nella memoria breve, nella capacità di concentrazione che spesso lo fa ritornare in casa quando esce la mattina a prendere quello che si è dimenticato. Ma questo mi è sempre successo anche a me, gli risposi, prima di entrare in una delle nostre discussioni politiche in cui radicalismo e riformismo continuano a confrontarsi da anni.
Dopo qualche giorno Gigi Ontanetti subentrò in Consiglio Comunale, quale consigliere di Rifondazione. Non bastava il Cruccolini.

Franco Quercioli